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TRATTATO DI PACE DI TOLENTINO
TRA LA S. SEDE E LA REPUBBLICA FRANCESE
 
Tolentino, 1797 febbraio 19


    Fascicolo cartaceo, mm. 355x245, ff. 8. Tra i fogli 5 e 8 è inserito un bifoglio (ff. 6r‑7v) con le Variazioni trovate nel Trattato di pace fra la Santa Sede e la Republica <sic> Francese, che precede la rattifica <sic>, presentata dall’ambasciatore Bonaparte alla Santità di Nostro Signore. Sigilli in ceralacca dei plenipotenziari della S. Sede e della Repubblica francese. L’attribuzione dei sigilli è resa impossibile dalla pessima qualità dell’impressione.
   ASV, Segr. Stato, Epoca Napol., Italia, XI, Ia, f. 5r

   Dopo l’occupazione di Modena, Bologna, Forlì e delle altre città delle legazioni pontificie da parte delle truppe napoleoniche, il 23 giugno 1796 viene stipulato, a Bologna, l’armistizio tra Pio VI (1775‑1799) e la Repubblica francese. Le ostilità, tuttavia, riprendono dopo appena sette mesi: il 3 febbraio 1797 l’esercito papale è battuto a Faenza, il 10 febbraio Napoleone giunge in Ancona, il 12 febbraio i Francesi entrano a Macerata. Pio VI invia a Napoleone una delegazione plenipotenziaria nella speranza di «concertare» e «sottoscrivere» delle condizioni «giuste e ragionevoli». La sera del 16 febbraio giungono a Tolentino sia la delegazione pontificia, sia Napoleone con il suo stato maggiore. Il mattino seguente iniziano le trattative. La discussione è serrata, in quanto il Bonaparte dichiara di non poter tenere a bada a lungo le sue truppe, e condotta con difficoltà; il progetto di trattato, elaborato dai delegati pontifici, non viene accettato da Napoleone, che il 18 febbraio affida al rappresentante francese François Cacault la stesura degli articoli definitivi, ordinandogli di farli sottoscrivere entro la notte successiva. Nel pomeriggio di domenica 19 febbraio il trattato o la «pace» (termine preferito da Napoleone) è sottoscritto a malincuore dai plenipotenziari papali (card. Alessandro Mattei, mons. Lorenzo Caleppi, duca Luigi Braschi Onesti, marchese Camillo Massimi) ad evitare il pericolo dell'occupazione militare di Roma; per la Repubblica francese firmano il generale in capo (Napoleone) Bonaparte, comandante dell’armata d’Italia, e l’incaricato d’affari della Francia in Italia il cittadino (François) Cacault (cfr. documento). Napoleone ne dà comunicazione a Pio VI con lettera consegnata dal suo aiutante di campo, mentre il card. Mattei scrive al Segretario di Stato: «Roma è salva, e salva la religione, ad onta di grandissimi sacrifici che si sono fatti».

   Il trattato è costituito da 26 articoli. Per assicurare paix, amitié et bonne intelligence tra Pio VI e la Repubblica francese (art. 1), il papa si obbliga a recedere da qualunque accession, patente ou secrette con i nemici della Francia (art. 2). Vascelli da guerra e corsari nemici della Francia non possono approdare nello Stato pontificio (art. 4). Il papa si impegna a rinunziare ad ogni diritto su Avignone e sul contado Venassino (art. 6), nonché sulle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna (art. 7). Prima del 5 marzo 1797 (avant le 15 du mois de ventôse courant) Pio VI avrebbe pagato 15 milioni di lire tornesi di Francia in conto dei 16 che doveva ancora versare secondo l’art. 9 dell’armistizio di Bologna: per soddisfare completamente a quest’ultimo impegno, il papa avrebbe fornito all’esercito francese 800 chevaux de trait, des boeufs et des bufles et autres objets produits du territoire de l’Église (art. 10‑11). In più, a titolo di nuova contribuzione, il papa avrebbe versato altri 15 milioni en numeraire, diamants ou autres valeur: 10 entro il mese di marzo e 5 entro aprile del 1797 (art. 12). I manoscritti e le opere d’arte ancora da consegnare a tenore dell’armistizio di Bologna sarebbero stati restituiti al più presto (art. 13). La Francia si impegna a cedere i suoi diritti sulle fondazioni pie in Roma e a Loreto (art. 17). Il papa avrebbe liberato i prigionieri politici e quelli di guerra (art. 19‑20),accordando alla Repubblica francese la clausola della nazione più favorita (art. 21).

     Pio VI ratifica il trattato di Tolentino il 24 febbraio 1797, ordinando a mons. Gaetano Marini di riporne l’originale e una copia nell’Archivio di Castel S. Angelo. Il Direttorio francese lo conferma il 30 aprile 1797 (Segr. Stato, Epoca Napol., Italia, XI, Ib, ff. 6 pergamenacei).

   Sul significato del trattato di Tolentino nella storia del potere temporale della Chiesa i pareri degli storici non sono unanimi. Tuttavia il fatto stesso che Bonaparte non abbia imposto al papa alcuna clausola riguardante il suo ruolo di capo spirituale della cristianità rappresenta una concezione nuova nel rapporto Chiesa‑Stato. Con il trattato di Tolentino la chiesa romana accettava, certamente a malincuore, «il primo grave distacco dal potere temporale», ma «riprendeva anche coscienza di disporre, secondo una promessa antica, di valori eterni. Erano questi i segni di un’era nuova» (Filippone Giustino, Le relazioni fra lo Stato Pontificio e la Francia rivoluzionaria. Storia diplomatica del Trattato di Tolentino, vol. II, pag. 651).

 
 

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